Il Venezuela indica la porta a Maduro
Edizione corposa, l'odierna, con tre storie che vi porteranno in giro per il mondo, dal Venezuela a Gaza, per tornare in Sudamerica nelle foreste amazzoniche. Se fate parte di quel novero di lettori che a volte ci rimproverano l'eccessivo impegno di lettura cui il Federalista li sottopone, tranquillizzatevi: questa volta potrete allungare a piacimento i vostri tempi di consultazione, in grazia del fatto che la redazione si concede qualche settimana di congrua pausa estiva. Oggi dunque incominciamo dal Venezuela dove le elezioni di domenica potrebbero segnare una svolta liberatoria per un popolo stremato dalla feroce dittatura di Nicolas Maduro (purché l'autocrate accetti di uscir di scena senza scatenare una guerra civile). Cercheremo poi di soddisfare la curiosità di chi si chiede quale sorte abbia avuto il progetto israeliano di stanare Hamas inondando il labirinto dei suoi tunnel. Infine vi racconteremo la storia di una colossale truffa ideata da faccendieri senza scrupoli allo scopo di vendere ad alcune tra le più grandi aziende del mondo "crediti di carbonio" legati alla protezione delle foreste amazzoniche del Brasile.
E se fosse giunta la fine della dittatura chavista a Caracas? Dopo una lunga discesa agli inferi, il Venezuela sembra intravedere un cambiamento impensabile. Le elezioni presidenziali di domenica 28 luglio, infatti, potrebbero risolversi in una sconfitta sonante per Nicolàs Maduro. Almeno stando ai sondaggi, che danno favoritissimo Edmundo González Urrutia, ex diplomatico 74enne, candidato entrato “dalla panchina” quando la popolare leader delle opposizioni, María Corina Machado, è stata squalificata dalla gara.
Maduro minaccia il caos
Cosa succederà in caso di sconfitta del Governo? È questa la vera domanda. Non è detto che Maduro abbia in animo di accettare tranquillamente la sconfitta. Anzi negli scorsi giorni ha evocato scenari di bagni di sangue, disordini, persino di guerra civile, come “conseguenze” della sua uscita di scena.
Maduro, come si sa, è l’erede del leader bolivariano Hugo Chávez, che riuscì a costruirsi una larga base di consenso promettendo una migliore distribuzione di ricchezza, esigenza reale in quello che 25 anni fa era il Paese più ricco dell’America latina (benedetto com’è dal… petrolio e da moltissime altre materie prime super richieste come, tra le altre, ferro, rame, bauxite). L’esperimento del socialismo in salsa chavista (e rum cubano) non può però dirsi riuscito. Quasi 8 milioni di venezuelani, un quarto della popolazione, ha lasciato il Paese spinto dalla fame. Per chi rimane la vita è resa quasi impossibile da un potere d’acquisto dei salari prossimo a zero.
L’impoverimento è andato di pari passo con il degrado delle libertà civili. "Politicamente, il regime non è propriamente populista, o propriamente di sinistra, (…) è una dittatura politico-militare simile alla Russia e all'Iran, e soprattutto a Cuba", ha scritto lo storico Enrique Krauze. "Lo strumento specifico del potere è stata la cooptazione e la repressione".
Una campagna elettorale impari
Alle elezioni non si è certo arrivati in un clima disteso. María Corina Machado aveva vinto le partecipatissime primarie dell'opposizione l'anno scorso, quando erano in corso negoziati tra il regime di Maduro e l'amministrazione Biden, che aveva allentato alcune sanzioni imposte al Paese di Bolívar in cambio di rifornimenti petroliferi; ma la Corte Suprema del Venezuela era intervenuta a squalificare con un pretesto la Machado, facendo richiudere anche la finestra apertasi con Washington.
L’opposizione, trovato un nuovo candidato, ha dovuto condurre la sua campagna senza eventi pubblici, dunque essenzialmente basandosi sul passaparola e i social. Gli antichavisti denunciano chiusure e sequestri ai danni di attività commerciali che supportano l'opposizione. Per l’ONG Foro Penal, le autorità avrebbero arrestato più di cento persone legate alla campagna di Edmundo González Urrutia, cui si aggiunge ora l'arresto del capo della sicurezza di María Corina Machado.
Settimana scorsa il presidente della Conferenza episcopale venezuelana, monsignor Jesús González de Zárate è stato coinvolto in un aggressione (secondo alcune fonti) che il prelato ha però negato, declassando l’evento a “un fatto spiacevole”. Il Governo rinfaccia a monsignor González di aver portato aiuto alle vittime del recente violento uragano, nei dintorni di Cumanacoa, poiché Maduro vorrebbe il monopolio nell’assistenza alle oltre 31mila persone colpite.
L’esortazione al voto dei vescovi
I Vescovi erano intervenuti a inizio luglio con un’Esortazione pastorale che non risparmiava bordate a chi governa: “Il Paese ha sperimentato un costante deterioramento nei sistemi educativo, alimentare, sanitario, dei servizi pubblici, di partecipazione cittadina, di giustizia e delle libertà previste nella Costituzione Nazionale (…). Le sue istituzioni sono diventate autoreferenziali”.
“Solo superando l'astensionismo e l'apatia politica, potremo avanzare nella ricostruzione del Paese”, hanno scritto i presuli nel testo intitolato «Caminar juntos con esperanza»: appello non scontato poiché negli anni passati l’opposizione aveva invece scelto la strategia del boicottaggio degli appuntamenti elettorali.
Registrando quello in corso come “un processo elettorale atipico, in cui non c'è parità di opportunità per tutti”, affermano che “la democrazia, oltre a essere un sistema politico, è principalmente una forma di vita, di comprensione, di opportunità di sviluppo, di costruzione del bene comune, assumendo il popolo come sovrano, promuovendo la necessaria separazione dei poteri e una sana alternanza”.
Con un coraggio che potrebbe costar loro caro, i vescovi chiedono “che cessino le persecuzioni, e le vessazioni nei confronti di coloro che mettono a disposizione gli strumenti necessari per i comizi e per la libertà di movimento dei candidati”.
L’idea: concedere all’autocrate un’uscita di scena senza ritorsioni
I vescovi aggiungono però: “Il popolo venezuelano pieno di speranza, sa che il futuro è nelle sue mani. (…) Proponiamo di camminare insieme, superando tutto ciò che ci ha diviso, aprendoci alla convivenza pacifica attraverso il dialogo e la comprensione, (…) evitando ogni tipo di ritorsione e violenza”.
In un recente comizio Maduro ha però messo le mani avanti, affermando che l'opposizione venezuelana si starebbe preparando a denunciare presunti brogli elettorali. Frasi che sembrerebbero segnalare l’intenzione di… giocare sporco. Nei lunghi anni di dominio, Chavez e Maduro hanno sistemato uomini fidati in tutti i gangli della società: sindaci, amministratori, come anche magistrati e militari.
Da parte sua, l’opposizione spera perciò in una vittoria chiara. "Siamo fiduciosi che il nostro margine di vittoria sarà così schiacciante da aprire una nuova realtà politica nel Paese e da aprire spazi di negoziazione", ha detto Edmundo González Urrutia. In preparazione di ciò, sarebbero in corso contatti per consentire a Maduro un’uscita di scena senza ritorsioni, analogamente a come avvenne nel caso di Pinochet in Cile.
Potrebbe aiutare in questo senso la posizione del presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, storicamente vicino alla sinistra bolivariana di Chavez. "Ho detto a Maduro che l'unica possibilità per il Venezuela di tornare alla normalità è avere un processo elettorale ampiamente rispettato”: sono le preziose parole di Lula, saggiamente distanziatosi dalla retorica apocalittica di Maduro.
Un'Atlantide sprofondata nei tunnel di Gaza
La domanda era rimasta sospesa e la curiosità inappagata: l’esercito israeliano (IDF) ha messo in atto il piano di allagare i tunnel di Hamas a Gaza? Che ne è stato di quel progetto, dopo che IDF nel gennaio scorso ne aveva rivelato l’esistenza e annunciato l’inizio dell’implementazione? L’idea, del resto, appariva intuitiva e certamente avrà fatto capolino in tanti conversari da bar (“basterebbe inondare le loro tane, come si fa con i topi e i grilli, per costringerli a venire in superficie”).
Ebbene, la risposta c’è. È apparsa oggi sulla stampa israeliana. Quella che l’esercito di Tel Aviv aveva annunciata come “una significativa svolta ingegneristica e tecnologica per affrontare la sfida sotterranea”, ovvero l’operazione denominata in codice Atlantis (con riferimento alla mitica isola di Atlantide sprofondata nel mare per volere di Poseidone) è fallita dopo pochi mesi ed è stata archiviata in sordina.
Il merito della scoperta va attribuito al quotidiano israeliano “Haaretz”, che ha svolto una lunga inchiesta basata su fonti dirette, ingegneri e ufficiali coinvolti nel progetto, documenti e verbali di discussioni interne a IDF. Ma come si è giunti a decretare il fallimento di Atlantis e, prima ancora, com’era stato concepito il piano?
Da quanto è dato sapere, dopo che l’operazione ottenne i permessi necessari (dal Capo di Stato Maggiore e dell'Avvocato Generale Militare, tra gli altri), l'IDF aveva chiesto assistenza all'Autorità Idrica di Israele. Un gruppo di specialisti fu incaricato di studiare un sistema di pompaggio dell'acqua nei tunnel, un secondo di studiare la questione della perdita d'acqua attraverso le pareti delle gallerie. Tuttavia l’esercito aveva iniziato a dispiegare e attivare la nuova infrastruttura prima di ricevere le relazioni dei team di ricerca. Cinque pompe, situate sulle coste marittime, iniziarono a pompare e inviare l'acqua nella rete di tubi, e da lì a un certo numero di tunnel (meno di una decina).
Gli ostaggi e le perplessità di Joe Biden
Il motivo di tanta fretta? Il capo del Comando meridionale, il maggiore generale Yaron Finkelman, sin dalle prime settimane di guerra si era reso conto che gran parte delle forze di Hamas, e in particolare il suo braccio militare, si era rintanata nelle gallerie sotterranee. Impose perciò una forte accelerazione a tutta l’operazione Atlantis.
Eppure, i problemi emergevano impietosi. Primo fra tutti, quello degli ostaggi. Funzionari della difesa hanno rivelato ad “Haaretz” che l'esercito si rese conto fin dall'inizio che allagare i tunnel dove potevano essere imprigionati gli ostaggi israeliani (rinchiusi in stanze da cui non c'era via di fuga) avrebbe esposto IDF e Governo a dure critiche da parte delle famiglie degli ostaggi nonché dall’opinione pubblica.
A questo proposito, è interessante notare come il 5 dicembre 2023 il “Wall Street Journal” avesse rivelato che quando Israele condivise i dettagli del piano con gli americani, fu lo stesso presidente Biden a esprimere preoccupazioni per la vita degli ostaggi.
Hamas ci aveva già pensato
Non pochi erano poi gli interrogativi di carattere tecnico. “In una discussione”, ha raccontato una fonte informata, “qualcuno chiese come Hamas avesse potuto gestire durante anni l'acqua piovana penetrata nei tunnel, senza che si allagassero”. La risposta arrivò dopo che gli esperti poterono interrogare membri di Hamas fatti prigionieri. “È emerso che avevano costruito i tunnel su livelli diversi, con pendenze, con cisterne di raccolta per i giorni di pioggia e porte anti-esplosione”, ha rivelato la fonte. “Ci hanno detto che avevano adottato delle soluzioni per dirigere l'acqua verso punti di assorbimento”.
Le certezze di “farli uscire come topi dalle tane” si stavano sgretolando. Tanto più quando qualcuno ricordò che gli egiziani, dopo che Abdel Fattah al-Sissi era stato eletto presidente, nel 2013 avevano allagato i tunnel di Hamas con liquami, costringendo Deif e Sinwar ad affrontare la sfida già molti anni prima di questa guerra.
In conclusione, gli esperti hanno stabilito che “l'operazione non è stata eseguita secondo le nostre raccomandazioni”, aggiungendo di non sapere “quanto sia stato efficace il lavoro”.
Nel frattempo, l'esercito ha comunque accettato le conclusioni del documento e ha chiuso rapidamente l’operazione Atlantis. Sconcerta il fatto che IDF potrebbe non sapere mai se e quanto sia stata efficace, né quali danni abbia causato e a chi.
All’inchiesta di “Haaretz” IDF ha risposto in modo ufficiale: “L'affermazione secondo cui vi sia un'alta probabilità che vi siano stati ostaggi nell'area in cui ha operato il programma Atlantis è errata. Non vi sono indicazioni che gli ostaggi siano stati feriti durante l'operazione; inoltre, l'IDF non attacca in aree in cui vi sono indicazioni circa la presenza di ostaggi. Il completamento del programma Atlantis e i risultati dell'attività non possono essere resi pubblici”.
La grande truffa dei crediti di carbonio in Amazzonia
Qualche mese fa vi avevamo parlato di una pratica sempre più diffusa tra Stati e grandi aziende per “neutralizzare” il proprio bilancio di emissioni di gas serra: l’acquisto dei così detti “crediti di carbonio”. Come funzionano? Vi rinfreschiamo la memoria.
Un’azienda emette una tonnellata di CO2: il suo bilancio, quanto a sostenibilità, è dunque di per sé negativo. Ma poi acquista un credito di carbonio da una società incaricata di emettere questi crediti, la quale, con i soldi ricavati dalla compravendita, finanzia un progetto che permetta di assorbire, o evitare di emettere, una tonnellata di CO2. L’azienda riceve un certificato che attesta l’acquisto di tale credito e pareggia così la propria emissione di anidride carbonica.
Nel medesimo articolo vi avevamo parlato di come la Svizzera giochi un ruolo pionieristico nell’attuare simili pratiche. La Confederazione, infatti, tramite l’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM) svolge un ruolo di vigilanza sui progetti finanziati dai crediti, che spesso si svolgono a migliaia di chilometri di distanza dai nostri confini. Vigilanza nient’affatto scontata: molti Stati e aziende, infatti, acquistati i crediti e puliti bilancio e coscienza, poco si interessano di che fine facciano i progetti finanziati.
Vigilare sui progetti, una priorità
Una vigilanza che invece sarebbe assolutamente necessaria. Lo conferma una recente inchiesta svolta sull’arco di sei mesi dal Washington Post in Amazzonia. Risultato? Molti dei crediti venduti sono in realtà senza valore. Una colossale truffa. E non certo a danno di aziende sprovvedute, se è vero che implicati vi sono nomi altisonanti come Netflix, Air France, Delta Air Lines, Spotify, Boeing e così via.
Il giornale americano ha analizzato 35 progetti, già autorizzati a emettere e vendere crediti di carbonio, tramite i quali ci si prefigge l’obiettivo di conservare la foresta in determinate aree dell’Amazzonia. Ebbene, dall’inchiesta del WP emerge che per la maggior parte di questi progetti – addirittura 29 – i territori da “proteggere” coincidono, o si sovrappongono, con aree pubbliche già protette.
Tali iniziative hanno finora generato più di 80 milioni di crediti di carbonio, di cui almeno 30 già venduti: tutti soldi usati da società private nel nobile intento di evitare la deforestazione in luoghi in cui… il divieto di deforestazione è già garantito dallo Stato brasiliano. Dove sono dunque finiti questi 30 milioni?
Se si certificano progetti senza i controlli necessari
Il problema del Paese sudamericano è di non avere leggi che regolino il commercio di crediti di carbonio. Il Brasile non è infatti riuscito a creare un sistema nazionale per regolare la rapida crescita delle iniziative private di conservazione in molti dei suoi Stati. Il compito è invece stato affidato a due enti internazionali - Verra, con sede a Washington, e l'organizzazione colombiana Cercarbono - che certificano i crediti di carbonio per la vendita anche senza l'approvazione del Governo.
Ma come mai Verra ha certificato progetti senza valore? Essenzialmente si è fidata di rapporti risultati poi scorretti e di certificati fasulli allegati ai progetti presentati. Il WP riporta l’esempio di Portel, città del Brasile nello Stato del Parà, in cui Verra ha approvato tre progetti (ai quali ha però ora ritirato l’autorizzazione per accertamenti).
Andréia Barreto, un funzionario dello Stato del Pará, ha infatti rintracciato gli atti che sembravano indicare come i terreni in questione fossero privati, scoprendone 34: tutti atti che si sono rivelati fasulli, essendo i territori in questione di proprietà pubblica.
Portel è inoltre stata descritta nei rapporti associati ai progetti, tutti ideati e promossi da Michael Greene (un abitante del Midwest statunitense trasferitosi in Brasile intorno al 2010, il quale nella biografia allegata ai progetti si presenta come esperto delle leggi vigenti in Amazzonia e difensore delle sue terre), come una “città di retrovia a guida mafiosa", dove una congrega di tagliaboschi illegali, politici corrotti e sindacati di dubbia estrazione stava distruggendo la foresta e imprigionando migliaia di poveri abitanti del fiume in un sistema di "oppressione".
Dati smentiti, questi, da un attento esame di documenti pubblici e di ricerche accademiche, da visite sul posto nelle aree descritte dal progetto, e da interviste a 40 persone che hanno familiarità con la regione o con i progetti, tra cui funzionari di polizia, politici, autorità ambientali, leader delle comunità ed ex dipendenti di Green.
Il raggiro della "deforestazione evitata"
Ciò non toglie che chi vende questi crediti senza valore non solo sta “vendendo fumo” senza finanziare alcunché, ma sta anche vanificando gli sforzi globali, per quanto eventualmente discutibili nelle modalità attuative, di limitare le emissioni di gas serra nell’atmosfera.
Tanto che le autorità brasiliane stanno iniziando a indagare. Dopo aver analizzato tre progetti, il mese scorso la polizia federale ha emesso cinque mandati di arresto e ha affermato che quasi due dozzine di società hanno cospirato per ottenere impropriamente quasi 35 milioni di dollari dalle vendite di crediti di carbonio.
Al di là della truffa, la stessa vendita di crediti di carbonio giustificata con l’approccio -ormai più popolare e redditizio dell’Amazzonia- noto come "deforestazione evitata" è controverso. Questi progetti ottengono crediti mantenendo essenzialmente lo status quo, relativamente a foreste considerate a rischio e di regola già protette.
Proprio per non cadere in simili raggiri, il gigante svizzero dei crediti di CO2 South Pole, di cui vi avevamo parlato, si era per esempio ritirato da un progetto nello Zimbabwe volto proprio a conservare le foreste del Paese.
Che non sia ormai l’ora che i vari Netflix, Air France, Delta Air Lines, Salesforce, PricewaterhouseCoopers, Airbnb, Takeda Pharmaceutical Co, Boston Consulting Group, Spotify, Boeing comincino a fare lo stesso?