...santi, rockstars e atleti
Ben ritrovati con American Pie! La newsletter del Federalista che racconta la corsa elettorale a stelle e strisce e tutto quello che le gira attorno. Un appuntamento un po’ speciale quello odierno caratterizzato da due lunghi racconti personali: il primo legato a uno dei grandi temi della campagna di cui mi occupo da cronista, il secondo apparentemente un po’ più… pop. Ma del resto, già lo sapete, il dolce nome di questo appuntamento è ispirato alla canzone di Don McLean… Quindi “Let’s rock!”.
First Things First
È arrivato l’autunno, nei giardini del mio vicinato sono spuntati i cartelli della stagione elettorale, perlopiù quelli del ticket Harris-Walz, visto che l’area urbana di Washington è un una roccaforte democratica. Sono trascorse quasi tre settimane dal dibattito di Philadelphia, meno di due da un nuovo – sventato – tentativo di assassinio di Trump e i sondaggi non hanno subito scossoni. Testa a testa, ovunque. Nell’attuale contesto elettorale identitario parrebbe che neppure idee e fatti riescano a scalfire gli umori di chi voterà. È incredibile che un’estate così piena di colpi di scena veda ancora appaiati Kamala Harris e Donald Trump, con le indagini demoscopiche che danno la vicepresidente in testa a livello nazionale e l’ex presidente repubblicano davanti in tre dei sette Stati in bilico. Questa settimana, con l’estensione del conflitto in Medio Oriente al Libano, l’Assemblea generale dell’ONU e la visita di Zelensky a Washington, la politica estera ha fatto capolino nella campagna, ma l’impressione diffusa è che non intaccherà le preferenze degli americani. A decidere sarà probabilmente ancora l’economia. Infatti, pur restia a farsi intervistare, le uniche interviste che Kamala Harris ha concesso vertevano proprio su cosa intendesse fare per la classe media. Se l’è cavata così così. Quasi a confermare quanto sia dura giustificare la trasformazione, nel giro di poche settimane, da vicepresidente considerata mediocre a erede naturale di Obama. È la pena del contrappasso per colei che sembrava aver stravinto il dibattito in televisione; ma un conto è far deragliare Trump in tivù, un altro vincere a novembre. Del resto, nel 2016 anche Hillary Clinton aveva battuto Trump a parole per tre volte.
Il duello dei vice
Martedì notte, a New York, negli studi CBS ci sarà il duello televisivo tra i candidati alla vicepresidenza, il democratico Tim Walz e il repubblicano J.D. Vance. Quella del confronto tra VP è una tradizione iniziata nel 1976 e non sempre memorabile. Anzi. La scelta del vice è spesso sopravvalutata; è funzionale alla campagna del candidato presidente, ma vive nella sua ombra. Il vicepresidente è la seconda carica del Paese e il suo scopo principale è di assumere il ruolo di presidente nel caso quest’ultimo dovesse morire, dimettersi o essere messo in stato d’accusa (l’impeachment del Congresso).
Ma negli ultimi 50 anni la sua importanza è venuta meno. Solo uno (G.H. Bush) è divenuto immediatamente Presidente al termine del mandato vicepresidenziale ed è dai tempi di John F. Kennedy – per fortuna – che un vice non deve subentrare. Nixon e Biden sono arrivati alla Casa Bianca dopo essersi allontanati dalla politica federale. Per i primi 180 anni degli Stati Uniti la scelta del vice aveva probabilmente un’importanza maggiore, ora molti aspetti – come le identità regionali (l’essere del Sud, del New England o dell’Ovest) – contano meno.
Martedì, i due aspiranti vice dovranno comunque fare attenzione a non allontanarsi dalla linea del partito e soprattutto a non commettere gaffe. Il precedente più clamoroso è quello del 2008, nel faccia a faccia Joe Biden-Sarah Palin. L’ex governatrice dell’Alaska era il volto nuovo della destra populista della corrente “Tea Party”, ma la sua performance al dibattito televisivo mise in luce la sua inesperienza e impreparazione, tanto da divenire oggetto di numerosissimi sketch comici.
Martedì gli occhi saranno puntati soprattutto su J.D. Vance, dopo le uscite sfortunate sulle donne e le dichiarazioni sull’aborto, che sono parse ben più estreme di quelle di Trump. Ma anche Tim Walz dovrà stare attento a non apparire un sinistroide radicale, come viene dipinto dagli avversari. Chissà chi dei due riuscirà a strappare qualche consenso decisivo a quella risibile fetta di elettori ancora indecisi.
Il sondaggio della settimana
Nella foresta di sondaggi che cresce settimanalmente negli Stati Uniti, è stata pubblicata ieri l’inchiesta dell’Università del Michigan sul sentimento dei consumatori. La fiducia degli americani è la più alta da tempo: i consumatori statunitensi sono ottimisti sull’economia come mai lo sono stati da aprile, e storicamente quando ciò accade in un anno elettorale chi sta alla Casa Bianca ne esce avvantaggiato.
L’inflazione scesa al 2,2 % è un altro record al ribasso degli ultimi quattro anni. Che sia questa la notizia che maggiormente aiuterà Harris più di ogni altro tema (aborto, 6 gennaio, politica estera…)?
Il calendario
Mancano 38 giorni alle elezioni ed entriamo nel mese di ottobre. La storia insegna che la corsa alla Casa Bianca è sempre contraddistinta da un “October Surprise”. Dopo tutto quel che è accaduto da giugno a oggi, si fa un po’ fatica a immaginare cosa possa ancora scombussolare la campagna, ma oltre a queste date …ci lasceremo stupire.
1. ottobre: dibattito tra i candidati vicepresidenti a New York, Walz vs. Vance.
10 ottobre: pubblicazione dell’indice dei prezzi al consumo. Il primo dopo il taglio dei tassi di interesse della Federal Reserve.
1. novembre: rapporto mensile sull’occupazione. Rallenta o tiene dopo l’intervento della Fed?
5 novembre: il martedì dopo il primo lunedì di novembre si vota negli Stati Uniti. Attenzione: visto il sempre maggior ricorso al voto per corrispondenza e il fatto che diversi Stati (come la Pennsylvania) non abbiano cambiato la Legge elettorale, è possibile che i risultati non siano immediatamente noti la sera dell’Election Day. Nel 2020 fu necessario attendere 4 giorni.
#cosedilavoro
Martedì è andato in onda al Telegiornale RSI il primo reportage elettorale in vista del voto del 5 novembre. Nell’ambito di questa serie sono stato di recente in New Mexico, Stato democratico divenuto una delle principali mete di chi vuole abortire. Oltre il settanta per cento delle donne che decidono di andarvi per interrompere la gravidanza viene dal Texas. Non vi anticipo il contenuto del reportage televisivo che andrà in onda, ma vi racconto di un incontro avuto.
L’inatteso incontro all’esterno di una clinica dove si pratica l’aborto
L’esterno della “Southwestern Women Options” è anonimo come le cliniche dove si pratica l’aborto già viste altrove, in Kentucky o in Illinois. Solo quell’“options”, a cercare di edulcorare il dramma nel cuore delle donne. E come già osservato in passato, anche ad Albuquerque, New Mexico, l’ingresso veloce e spesso furtivo delle pazienti ha un suo pubblico.
Sul marciapiede vi sono i manifestanti Pro-Life. Molti agitano cartelli, spesso con le foto di embrioni o feti. Alcuni scandiscono slogan o gridano epiteti all’indirizzo dei medici (tipo “Stop killing babies”). Altri pregano. Difficile, lo ammetto, comprendere se il loro comportamento sia indotto o condizionato dalle telecamere.
Ma la loro presenza mi è sempre parsa un po’ cupa: ultima àncora affinché la vita dei nascituri sia salvata, protesta politica contro la struttura e le leggi dello Stato che consentono l’interruzione di gravidanza e – soprattutto – gesto di colpevolizzazione delle donne, spesso giovanissime, che ricorrono a questo intervento.
Ho espresso queste perplessità a un avvocato, Mike Seibel, leader pro-Life in New Mexico e lui mi ha corretto. “Non sono manifestazioni di protesta”, mi ha detto, “certo, di idioti ce ne sono sempre, ha ammesso, ma ad esempio hai visto tra chi c’era sul marciapiede un signore molto anziano con la barba? Lui è Philip, lo chiamiamo “Saint Philip di Albuquerque”, ha salvato la vita a centinaia di bebè”.
Io, un anziano barbuto così vecchio da apparire fragile e vulnerabile, l’avevo intravisto. Seduto sulla sua sedia pieghevole, accanto al monaco con l’icona e dietro a quella signora che si agitava qua e là al seguito del giovane pastore giunto dal Texas. Sono andato a vedere il girato, ho capito chi era questo Philip e ho riscritto all’avvocato pro-Life per saperne di più. Lui mi ha passato un paio di contatti e pure il numero di telefono di Philip, preannunciandomi però la sua reticenza non solo a parlare di sé, ma pure a usare il cellulare.
Elisa lo conosce da 25 anni, frequenta la sua stessa parrocchia, il santuario di Santa Bernardette, e mi rivela che Philip è particolarmente devoto alla Vergine di Guadalupe. Christina invece lo conosce dal 2013 e anche per lei l’incontro con Philip è stato un crocevia esistenziale, un momento di conversione.
Com’è? Che storia ha?, chiedo, e loro continuano a ripetere che Philip è assai semplice e umile, che ha dedicato la sua vita a Dio e quando si gira con lui ad Albuquerque capita spesso di imbattersi in persone che lo ringraziano: per averle aiutate quando erano in difficoltà, per aver loro procurato cibo o un tetto, per aver loro salvato la vita. Non immagina, mi dice, quanti genitori gli mostrano i loro figli, ormai cresciuti, che non pensavano sarebbero mai venuti al mondo.
Mettendo insieme i tasselli dei loro racconti, vengo a sapere che Philip non è nato in New Mexico, ma sarebbe originario del Midwest. Dopo la guerra in Corea, la sua vita è stata segnata prima dall’impegno per i diritti civili, dopo aver partecipato alla storica Marcia su Washington con Martin Luther King nel 1963 e poi, a fine Anni Ottanta, dall’incontro con il movimento antiabortista e non violento di Monsignor Philip Reilley, una delle figure storiche del mondo pro-Life americano.
Chiedo di raccontarmi degli incontri all’esterno delle cliniche, delle donne persuase a non abortire ed Elisa mi racconta di un terzetto di donne – figlia, madre e nonna – arrivate all’istituto e della più anziana commossa da Philip in preghiera sul marciapiede e corsa all’interno a fermare la nipote assicurandole l’aiuto nel crescere il bebè nel grembo.
Cristina rammenta quando nel 2016 una teenager, giunta all’ambulatorio di un altro istituto di Albuquerque accompagnata dalla madre e dal fratellino di undici anni, cambiò idea dopo che l’anziano militante disse alla sua mamma un semplice “non è obbligata a farlo”.
Come?!, chiedo incuriosito, cos’è che dice loro? Come riesce a convincerle? Come si riesce a stabilire un contatto in quei pochi secondi in cui, leste, le donne scendono dalla macchina ed entrano nelle cliniche? La ricostruzione qui è meno nitida, quasi le parole non siano la cosa più importante. Philip si limita a dire “possiamo aiutarti” o “sei amata”, ricordano. A volte, semplicemente, regala loro un rosario. È un puro di cuore, mi ripetono, basta il suo sguardo.
Elisa e Christina mi raccontano della loro parrocchia, della vita della Chiesa ad Albuquerque, del movimento anti-abortista in New Mexico e pure della sbandata pro-Trump di otto e quattro anni fa, ma io sono ancora incuriosito dalla figura di questo “San Philip di Albuquerque”, dal suo sguardo, dalla sua storia.
Lo descrivono come un asceta, mi parlano delle sue Novene e dei suoi digiuni, offerti per ogni tipo di giusta causa e del suo prodigarsi per le persone bisognose. Ma è vero che avrebbe salvato centinaia di nascituri?, domando nuovamente un po’ sbalordito, e Mike me lo conferma, rivelandomi che ancora oggi, a Natale, Philip riceve dozzine di biglietti di auguri con le foto dei bebè ora cresciuti.
Peccato non riuscire a parlargli e non essere più ad Albuquerque per riandarlo a cercare all’esterno di una clinica, intento “a esercitare il Primo Emendamento”. Chissà da che stato del Midwest proviene? Che vita ha avuto prima della marcia di Washington? Dopo qualche giorno, Cristina mi richiama e racconta di aver raccolto qualche ulteriore informazione per me.
Philip è nato a St. Louis, Missouri, il primo d’ottobre del 1933, ma la sua mamma naturale non poteva tenerlo. È stato in orfanotrofio fino all’età di due anni, quando una famiglia l’ha trovato e adottato. Dai genitori, mi dice, ha ricevuto la certezza della positività della vita ed è stato cresciuto nella fede cattolica. In quest pezzo di biografia mi pare di cogliere un possibile dettaglio all’origine della vocazione di Philip.
Una vita mossa dal desiderio che quello che è accaduto a lui possa ripetersi. Solo chi è stato finalmente desiderato e voluto non ha paura di accogliere ciò che inizialmente non voleva.
Bruce Springsteen, l’ultimo rimasto
Springsteen compie 75, l’età di mia nonna quando è morta, ma lui non lo sa e continua a fare la rockstar.
Ho iniziato a pensare a questa cosa dell’età quando, andando al suo concerto a DC, ho incrociato il suo primo fan alla stazione della metropolitana. Maglietta di una vecchia tournée un po’ stretta sui fianchi, capelli ormai bianchi, i suoi “Glory Days” probabilmente alle spalle. Pensavo lo stesso della squadra di baseball di Washington arrivando al Nats Park: era dai tempi della trionfale cavalcata verso le World Series che non ci tornavo. All’esterno, ordinata come piace qui, c’è già una lunga fila in attesa di entrare.
Tutte pantere grigie che all’apertura dei cancelli corrono sotto il palco, come groupies scalmanate. Io più modestamente mi piazzo vicino al bar e sorseggiando una birra da una lattina XXL guardo lo spettacolo dello stadio che si riempie, mi stupisco per l’età media del pubblico e filosofeggio tra me e me su Bruce cantore del sogno americano.
Ricordo il primo trentatré giri, “Born in the USA”, comprato in Germania dove ero andato per un periodo a imparare il tedesco e trascorso ad ascoltare brani in inglese; ripenso a quella macchinata di compagni di scuola partita per il concerto di Torino dopo aver saputo l’esito degli esami finali, agli amici di università che parlavano del “Boss” come iniziati snocciolando il rosario delle date del tour che avrebbero seguito in un per me incomprensibile pellegrinaggio rock.
Poi mentre son lì, come un milione di pastiglie effervescenti in un bicchier d’acqua, il brusio accoglie l’accensione delle luci sul palco ed ecco che parte: BRAAAM!, fa la chitarra elettrica e si alza il grido della folla. Si inizia con “Seeds”. La mano sinistra di Springsteen corre agile sui tasti, la destra pare colpire le corde della Telecaster con la forza di chi picchia sui chiodi con un martello; il piede sinistro tiene il tempo e, fissa come Achab sul ponte del Pequod, la sola gamba destra pare sorreggere questo sforzo titanico.
Attorno a lui la sua ciurma della E Street Band, guascona e più in forma che mai. Anche Bruce sembra instancabile, si muove sul palco ma pare non sudare, il viso solo un po’ più spigoloso, come un Clint Eastwood d’annata, la sua melodia e la sua poetica un po’ ruvida, senza fronzoli, come un vecchio western di John Ford.
Cala la sera e Springsteen corre nei vicoli bui delle esistenze, dell’amore che accade come il dolore, dei pensieri che ti prendono e degli incontri che ti capitano. Ci sono le sonorità e le storie un po’ cupe di “Darkness on the Edge of Town” o “Nebraska”. C’è la storia del rock, c’è la letteratura americana, per me Bruce Springsteen è il cantore dell’inaspettato. Ci sono i Frank, i Sal, il tizio sulla Camaro, chi parte chissà dove e chi invece vorrebbe incamminarsi verso casa. C’è il sogno di una Terra promessa, ma anche tante “Hard Land”, con tutte le sue irrequietezze e delusioni, le disperazioni e le debolezze. Storie tratteggiate, a Youngstown come ad Atlantic City (“Everything dies, baby, that’s a fact/ But maybe everything that dies someday comes back”), e quando le parole non bastano lasciano spazio all’armonica e agli assoli di chitarra o di sax.
Io aspetto “Born to Run”, “The River” o “The Rising”, ma a un certo punto lui, per l’unica volta nel concerto, smette di cantare, prende l’acustica e si avvicina al microfono. No, non parla degli Stati Uniti e di quest’anno elettorale. Nulla di politico. Racconta una storia sul suo vecchio amico George, che una volta usciva con sua sorella. Racconta di quanto sia stato importante per l’inizio della sua carriera, poi fa un salto in avanti e parla della malattia mortale di George e degli amici con cui ha suonato che ora non ci sono più.
“Il dolore che proviamo quando i nostri cari ci lasciano, pare ammettere con la sua voce un po’ roca, è il prezzo che paghiamo per aver amato bene”. Lo dice così, un rocker di quasi 75 anni, senza mai apparire patetico, con la consapevolezza di essere l’ultimo della sua band degli esordi ancora in vita. Silenzio. Parte “The Last Man standing”.
Canta e non parlerà più fino al saluto finale “Washingtooon!” e un siparietto con Stevie Van Zandt, prologo di una sorprendente e scatenata “Twist and Shout”. Prima sono arrivate le ballate tanto attese, la cover di Patty Smith “Because the Night”, i bis con una trascinante e trascinata “Rosalita”, “Thunder Roads” e “Dancing in the Dark”. La notte non fa paura, è una celebrazione della vita, del qui e ora.
Infine, dopo quasi tre ore di musica, salutati a uno a uno i membri della band, Springsteen rimane sul palco da solo e intona “I’ll see you in my dreams”. Non credo sia per l’età, ma nessuno tira fuori il telefonino per filmare. È il suo commiato, è il nostro commiato. Ci rivedremo. Ti rivedrò nei sogni, non perché non ci sei più, ma perché la morte non è la fine. “I'll see you in my dreams / Yeah, up around the river bend / For death is not the end”, canta Springsteen e tutto è illuminato. La scena, la platea, le tribune.
Mentre lascio lo stadio e mi incammino verso il metrò, quelle parole e tutte quelle note appaiono più vere, profonde e più credibili del mio filosofare sul sogno americano. Bruce Springsteen fa i conti con la sua vecchiezza, ma continua a raccontare le cose della vita che, come questo concerto – tanto atteso e posticipato due volte – paiono inaspettate e nuove. Anche a 75 anni si può essere rock.
L’ultima partita
Non me ne vogliano gli appassionati di football o pallacanestro, ma lo sport americano per eccellenza è il baseball. Basterebbe un minimo di attenzione alla cultura americana – dai romanzi ai film - per intuire quanto la traiettoria di un fuoricampo continui a disegnare la metafora di questo Paese.
Ma qui non si vuole farla lunga. Insomma, il baseball con quella sua liturgia di gioco così lontana dai ritmi europei, le sue partite una dopo l’altra dalla primavera all’autunno e tutte quelle storie, in cui ogni aneddoto o dettaglio attorno al diamante di gioco tracima nell’epica, anche questa settimana ci ha regalato qualcosa che si vede di rado al di là (o al di qua) dell’Atlantico.
Dopo 57 stagioni a Oakland, la squadra degli Athletics ha detto addio alla California. Nello sport americano il legame tra squadra e città non è indissolubile. È come se in Europa la Juventus un giorno decidesse di lasciare Torino, lo Young Boys Berna o il Benfica Lisbona... Le franchigie americane traslocano dove c’è più pubblico, condizioni fiscali più accattivanti e una città capace di offrir loro strutture migliori.
È già successo in passato: i Giants di baseball hanno attraversato l’America da New York a San Francisco a Los Angeles, i Lakers di pallacanestro hanno abbandonato Milwaukee per finire a Los Angeles (portandosi dietro il nome lacustre…) e così via.
Questa volta è (ri)toccato agli A’s di Oakland, la terza squadra più vincente nella storia della Major League. Società che negli ultimi anni ha fatto, però, parlare di più per il bellissimo film con Brad Pitt, Moneyball, e la sua innovativa modalità di selezionare i giocatori, che per i risultati.
Così, si è deciso di lasciare la Baia e spostare baracca e burattini a Las Vegas, nuova mecca dello sport, che negli ultimi anni ha già accolto una squadra di hockey, una di football, una di basket femminile e ospita pure la Formula 1. La storia degli Oakland Athletics è finita giovedì pomeriggio, con un successo, quella degli Athletics va avanti.
Tra le foto scattate allo stadio, per un’ultima volta, tutto esaurito, ce n’è una di un signore barbuto con un cartellone. Una specie di collage: con la sua foto da ragazzo e una scritta: “C’ero per il primo lancio, nel 1968. Ci sono oggi, per l’ultimo”. In mezzo 57 stagioni, una vita intera. In cui il baseball, immaginiamo, è stato lo sfondo. Una costante delle giornate di primavera e d’estate, mentre tutto accadeva. Un cartello un po’ naif di uno, tra le migliaia di tifosi, che ora rimarrà orfano. Difficile spiegare a un innamorato che un “diamante” non è per sempre.
Cose belle che vi consiglio
• Il museo del desiderio. John Berger era uno scrittore e critico d’arte. Nel 2001 sul Los Angeles Times ha raccontato il suo incontro con un quadro dell’allievo di Rembrandt, Wilhem Drost. Un modo diverso per scoprire la pittura. Da leggere: https://www.latimes.com/archives/la-xpm-2001-jul-22-bk-25085-story.html
• Ancora quelli che mangiano cani e gatti. L’infelice e falsa uscita di Donald Trump al dibattito televisivo sulle presunte abitudini alimentari degli emigranti haitiani in Ohio è divenuta un tormentone. E c’è chi l’ha messo in musica. Da ascoltare e sorridere: https://www.youtube.com/watch?v=3BrCvZmSnKA
MASSIMILIANO HERBER